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L’Eternauta è sicuramente qualcosa di più di un fumetto. Per tutta una serie di motivi. Il primo è la struttura atipica, quella del “romanzo circolare” che si autoriproduce e finisce lì dove era cominciato. All’inizio è una bellissima nevicata che ancora non fa presagire di essere portatrice terribile di morte. Il suo ritorno riporta il lettore nel senso di angoscia che lo ha accompagnato per tutto il tragitto, nello spazio e nel tempo, al fianco del protagonista, Juan Galvez, e dei suoi amici, dall’ingegnoso Ferri al giornalista Ruiz, dal giovane Pablo all’eroico Alberto, e delle due figure femminili della storia, Marta ed Elena, figlia e moglie di Juan. Il secondo motivo che non ci permette di “liquidare” l’Eternauta come un fumetto – e quindi cadere nel tipico errore di considerarlo “roba per ragazzi” – è la sua reale collocazione nello spazio e nel tempo. Il luogo. Il tempo. Dicevamo della nevicata fosforescente.
Inizia così. Chiunque la respiri o vi entri in contatto, muore.
Galvez è in casa a giocare a carte con alcuni amici. Si rendono
conto che non è il caso di uscire. Aspettano nella speranza di
ricevere notizie dai mezzi d’informazione, radio e televisione.
Ma tutto è fermo. Si organizzano con delle tute di protezione e
attraverso varie peripezie si trovano ad affrontare i misteriosi Kol,
ominidi dotati di oltre dieci dita per mano, velocissimi sulle tastiere
di computer futuristici e in possesso di conoscenze a noi terrestri lontanissime.
Ma hanno un punto debole, imprevedibile. Se hanno paura cominciano a cantare
una sorta di ninnananna e muoiono. E i Kol stessi sono sulla Terra per
ordine di altri “superiori” che mai compariranno fisicamente,
chiamati in modo inquietante “Loro”. Juan “perde” per l’ennesima volta Elena e Marta. E si ritrova proiettato – grazie ad una macchina del tempo in un veicolo spaziale - in un ambito a lui totalmente estraneo, nell’inspiegabile Continuum quattro, un’altra dimensione dove incontra un Kol vecchissimo – e qui, chissà se è casuale, le rocce alle spalle dell’extraterrestre appaiono come le ali di un angelo. Il Kol lo aiuta a viaggiare di nuovo nello spazio e nel tempo, da un continuum all’altro, attraverso mondi indescrivibili, finché Galvez si ritrova a Buenos Aires, seduto davanti ad uno sceneggiatore di fumetti a raccontare le sue peripezie. E si rende conto che è avanti nel tempo rispetto alla nevicata. Corre a casa e nel momento in cui entra in contatto con la moglie e la figlia dimentica tutto. Oesterheld pensa che si tratti di un folle “inventore di storie”, ma gli passano davanti i tre amici che stanno andando a casa Galvez e… comincia a nevicare. Dovrebbe tornarci il senso d’angoscia. Ma le parole del Kol/angelo ci danno invece un senso di speranza: “ci sono nell’universo specie di esseri più intelligenti dell’uomo, altre meno. Ma abbiamo tutti in comune una cosa: lo spirito … come tra gli uomini, al disopra dei vincoli di famiglia e di patria, vi è un sentimento di solidarietà tra tutti gli esseri umani”. E solo due anni fa, la moglie di Oesterheld ebbe modo di dichiarare: “nell’opera si anticipò quella lotta nella quale tutti dobbiamo impegnarci: il rispetto della vita, al di là dei condizionamenti, delle idee politiche, delle classi sociali”. di FABIO D'AMELIO |
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