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"Vivo la mia vita e scrivo di ciò che vedo" – Anna Politkovskajadi Amy BONAGURA
"Era bella. E con gli anni diventava sempre più bella. Sapete perché? Alla nascita ognuno di noi riceve in dono da Dio il proprio viso, come materia grezza, che poi ognuno modella da sé, per tutto il corso della vita. Si dice anche che con l’andare del tempo dal viso inizia a trasparire l’anima. Ebbene, la sua anima era bellissima. Anna era femminile: sapeva ridere in modo incantevole per uno scherzo ben riuscito e piangere per le ingiustizie. Ma qualsiasi ingiustizia, soprattutto nei confronti di chi non era in grado di reagire, diventava un suo nemico giurato, personale, contro cui lottare fino alle estreme conseguenze. Era straordinariamente coraggiosa: di gran lunga più coraggiosa dei tanti, tantissimi che girano su macchine blindate, circondati da guardie del corpo. L’hanno minacciata, hanno cercato di spaventarla pedinandola e perquisendola. E’ stata arrestata in Cecenia dai "nostri"e minacciata di essere passata per le armi. L’anno avvelenata mentre era in viaggio per Beslan. E’ riuscita a salvarsi. E dopo tutto questo, pur non essendo più in piena salute, ciò che più le doleva era la coscienza. Molti, perfino tra i sostenitori del nostro giornale, a volte hanno detto: "Sì, ma la Politkovskaja è un po’ troppo…". Niente troppo! Lei ha sempre scritto la verità. Certo, questa verità spesso era così terribile che le coscienze di molti rifiutavano di accettarla. Da ciò, come un’autodifesa, quell’"è un po’ troppo…". A volte anche qui da noi, in redazione. E’ davvero difficilissimo per un uomo non voltare le spalle davanti all’orrore, ma se non riesce a guardare il male in faccia allora è spacciato. Anja guardava il male dritto negli occhi e forse, proprio per questo, è riuscita a vincere in tante situazioni di grave difficoltà. E forse, proprio per questo, è ancora viva laddove abbassando lo sguardo non sarebbe sopravvissuta. Anche per noi Anna è ancora viva. Non ci rassegneremo mai alla sua morte. E chiunque riceverà l’incarico di occuparsi di questo brutale omicidio, qui, a Mosca, noi, in prima persona, alla luce del sole, cercheremo i responsabili. Pensiamo di sapere dove si trovino… Il Collettivo della Redazione di Novaja Gazeta"
Il 7 ottobre di un anno fa, mentre entrava in ascensore per raggiungere il suo appartamento al settimo piano di un palazzo al centro di Mosca, veniva raggiunta da un uomo a viso scoperto che, dopo averle sparato cinque colpi di pistola a bruciapelo, se ne andava senza minimamente curarsi della telecamera di sicurezza. Una morte annunciata, tante e tante volte: Anna aveva una condanna sulla testa, rinnovata ad ogni nuovo articolo, dopo ogni reportage, dopo ogni intervento nei luoghi di guerra in Cecenia o in Inguscezia. Avevano tentato di farla fuori fin dal 2001, durante una missione in Cecenia, quando, dopo aver intervistato un colonnello russo, era stata catturata dagli uomini dell’FSB, percossa, umiliata e sottoposta alla messa in scena della sua esecuzione. La sua liberazione era stata possibile grazie all’intervento del giornale per il quale lavorava, la Novaja Gazeta, presso il Ministero della Difesa.
In Cecenia Anna compie numerosi viaggi per sette anni e, per conto del suo giornale, la Novaja Gazeta, scrive una lunga serie di articoli sulle inchieste da lei svolte in quel teatro di guerra. La sua scrittura è totalmente indipendente e, sorretta dallo staff del giornale, si oppone sempre con fervore e convinzione ai silenzi imposti sempre più frequentemente dal Cremlino soprattutto quando si parla di Cecenia. Col suo stile asciutto e diretto, semplice e schietto, Anna denuncia instancabilmente i rastrellamenti, i rapimenti e le torture, le difficoltà vissute dai civili sullo sfondo del terrore, le azioni dell’esercito federale russo sempre presente, la continua violazione dei diritti umani, la condotta di Ramzan Kadyrov, attuale primo ministro ceceno fortemente sostenuto da Vladimir Putin. Anna è una voce molto scomoda in Russia, per tanti, forse la voce più scomoda che ha avuto il coraggio, fin dall’inizio della sua carriera, di osservare e denunciare:
5 febbraio 2004 "Esattamente quattro anni fa, il 5 febbraio 2000, alla vigilia del primo mandato del presidente Putin, nel villaggio ceceno di Novye Aldy è avvenuta un’esecuzione di massa: in poche ore i soldati federali appartenenti al ministero della Difesa e a quello degli Affari Interni, hanno barbaramente ucciso cinquantacinque persone. Civili pacifici, per lo più anziani. Questa carneficina è stata la pagina più tragica della seconda guerra cecena. Eppure, nessuno ha pagato per quel che è successo. L’inchiesta, alla cui apertura si è giunti a stento, è stata messa a tacere. Gli assassini sono ancora in libertà. I testimoni rimasti vivi per miracolo e le famiglie delle vittime sono oggetto di intimidazioni e soprusi. La società civile tace. Questo è il reportage da Novye Aldy oggi, febbraio 2004. All’ordine del giorno ci sono di nuovo le elezioni presidenziali. Ma come la pensano le vittime riguardo al primo mandato di Putin, interamente costruito sui "successi di una piccola guerra vittoriosa"?" Così scriveva Anna e continuava con un resoconto dei fatti di quel febbraio del 2000, con l’orrore e la profonda compassione per le vittime ed i sopravvissuti, con la rabbia di fronte ad avvenimenti di violenza e di morte e al silenzio dell’"opportunità politica".
Una delle affermazioni che più mi ha colpito quando ho letto la biografia di Anna Politkovskaja è quella che tutti, soprattutto i suoi amici, riportano sempre: "Io vivo la mia vita e scrivo di ciò che vedo". Le due coordinate sono legate tra loro ed anzi indissolubili proprio come effettivamente era per Anna: il suo compito non riguardava soltanto la registrazione fedele di ciò che osservava, ma di tutto ciò che lei viveva in prima persona e poteva testimoniare perché da lei toccato con mano. Partecipe, dunque, non mera spettatrice, la voce delle vittime innocenti della guerra che denuncia senza mezzi termini i crimini subiti. E’ di una donna questa voce scomoda, una donna che combatte la sua battaglia in un mondo di uomini, di potenti e signori della guerra, usando il coraggio della sua grande umanità, inoltrandosi nelle storie delle persone con cui infaticabilmente si schiera, con le donne, i bambini i vecchi e le madri. Nei suoi scritti indugia spesso sulle figure femminili che incontra, così diverse dagli eroi di guerra; racconta le loro storie con dovizia di particolari come se i dettagli certificassero la sua profonda partecipazione, l’intima condivisione dei sentimenti, un’empatia vera. Non esistono eroi per Anna, né tra i guerriglieri ceceni, né tanto meno tra i russi e i filorussi. Le eroine diventano loro: le madri, le figlie inermi che, prive di armi, urlano contro i carri armati tutta la loro disperazione. La difesa della verità e dell’umanità in un paese devastato viene incarnata da una donna, da una russa per di più, che non condivide molti aspetti della vita nella Russia di oggi e critica la corruzione, l’arbitrio e la negazione dei diritti fondamentali nel suo Paese, come pure la gestione del conflitto con la Cecenia da parte di Putin e della classe dirigente. Non lesina colpi nei confronti del virilismo putiniano e della vanità degli stati maggiori russi che, umiliati dagli esiti catastrofici della prima guerra cecena, tentano la rivalsa ed il riscatto dell’onore calpestando la libertà e i diritti umani, né nasconde il suo pensiero critico riguardo al maschilismo islamico dei ceceni che si è sovrapposto ad una tradizione antica e profonda di eroismo personale e nazionale. Anna ha orrore di tutto ciò, e seguendo una spinta naturale in lei, si dedica a raccontare la guerra sommessa delle madri da entrambe le parti.
Da un articolo del 4 novembre 2002, cinquantasette ore dopo la tragedia del Teatro Dubrovka di Mosca. "Lena, una mia conoscente, ha seppellito il marito Sergej e il figlio Andrjusha. Il 23 ottobre erano andati tutti insieme a teatro, sedevano vicini ma soltanto Lena è sopravvissuta. In chiesa i feretri di Andrjusha e Sergej stavano uno di fianco all’altro. … Nessuno parlava. Solamente Lena, ogni tanto, si muoveva avanti e indietro per lo stretto passaggio, mormorando qualcosa e quando si fermava, appoggiava una mano su una bara, una sull’altra e sorreggendosi sulle gambe, lasciava cadere la testa tra le due casse e rimaneva così….Lena con le ali spalancate tra le due bare e il prete con la sua voce che è quasi un sussurro, sono le mie "icone" di questa tragedia d’ottobre le cui conseguenze saranno più forti della tragedia stessa. ..E poi le domande, domande e ancora domande… Perché con l’uso del gas il Cremlino ha messo ostaggi e terroristi sullo stesso piano? Dove sono i dispersi? Perché l’FSB (la polizia politica federale) quando interroga gli ostaggi negli ospedali non consegna loro un certificato di "vittime" per permettere loro di rivolgersi al tribunale?
Il tragico episodio del Teatro Dubrovka aveva catapultato Anna in una situazione paradossale in cui ancora una volta si trovava di fronte delle donne mostrate al mondo intero con l’esplosivo attaccato alla vita. Il 23 ottobre 2002 un gruppo di 41 guerriglieri ceceni, tra cui 18 donne, assalta il teatro Dubrovka di Mosca mentre va in scena il musical "Nord-Ost", prendendo in ostaggio circa 800 persone. Minacciano di far saltare in aria il teatro, ma 2 giorni dopo un blitz dei reparti speciali russi, con l’utilizzo di un gas paralizzante, uccide tutti i guerriglieri ceceni. Nell’operazione muoiono 129 ostaggi, quasi tutti avvelenati dal gas. Tra le bombe umane presenti nel teatro ce n’erano, dunque, 18 di specie nuova: erano diciotto donne, martiri volontarie, a smentire la convinzione che il martirio e la santità debbano essere prerogative maschili. Anna era entrata nel Teatro durante l’operazione dei guerriglieri ceceni: nel grave momento di crisi era stata chiamata come possibile mediatrice e lei aveva accettato. Cosa aveva visto nei visi di quelle donne, carnefici questa volta e poi vittime anche loro come i loro ostaggi? Dov’erano la profonda umanità, la tenerezza, la sofferenza, la dolcezza della maternità tante volte colte e raccontate nei suoi articoli? Anche queste erano vedove, madri, figlie o sorelle andate a morire e pronte ad uccidere. Ognuna di loro aveva perso un uomo, un ragazzo, un bambino, e si era votata alla vendetta come unica speranza di salvezza. Questo aveva visto Anna sui volti delle guerrigliere del Dubrovka: era la conferma dell’orrore, la risposta definitiva alla più assoluta disperazione. Anna analizza il fenomeno e spiega che in Cecenia la donna non aveva mai avuto, prima d’ora, alcuna possibilità di aspirare alla santità per azioni che non rientrassero nell’ambito delle virtù femminili. L’atto delle donne martiri del Dubrovka aveva cancellato qualcosa di secolare, radicato nella tradizione e aveva contribuito al consolidamento dell’"ideologia" dell’odio. "Io temo l’odio", dirà in varie occasioni Anna, "e temo ancor di più chi con la violenza costringe i propri simili ad accumularne. Li temo perché prima o poi quel sentimento strariperà dagli argini". In un suo articolo scritto in quei giorni successivi alla tragedia del teatro di Mosca Anna dice: "Soltanto una politica saggia, fatta di passi concreti e comprensibili alla gente, utili a giungere ad una soluzione pacifica, come il ritiro delle truppe e l’allontanamento dal campo politico di figure odiose, soltanto questo tipo di politica in Cecenia sarà in grado di ostacolare il consolidarsi della situazione "post Nord-Ost", capace di portare soltanto disgrazia". E lo può dire perché conosce bene la situazione in Cecenia: è stata presente, sempre accanto alla gente, in tante circostanze drammatiche: non è mai scappata né davanti ai vecchi da evacuare dall’ospizio di Groznyj sotto i bombardamenti, né durante il sequestro al Teatro Dubrovka, né nei giorni di Beslan, anche se durante il viaggio in aereo che l’avrebbe portata nella cittadina dell’Ossezia del Nord per tentare di mediare con i terroristi ceceni e assistere i bambini nel modo in cui lei sapeva fare, le viene offerto del tè avvelenato ed è costretta a tornare a Mosca per essere ricoverata in ospedale. Ma poi scrive sui bambini di Beslan, si reca sul posto del massacro e parla con i genitori delle piccole vittime, con le madri dei tanti bambini dispersi, con gli insegnanti sopravvissuti e racconta le loro storie; poi, come sempre, s’interroga traducendo per iscritto e pubblicamente tutti i dubbi ed i quesiti irrisolti rispetto a ciò che è successo: "Una macchina statale che crea per i propri cittadini scenari così terribili non è degna di alcun rispetto: prima il Nord-Ost (al teatro moscovita Dubrovka), poi Beslan. Dunque, cosa ci avete preparato per oggi? ...E a chiedere spiegazioni davanti a Putin o a Dzasochov (primo presidente dell’Ossezia del Nord)? Non ci va nessuno. Quanto tempo lasceremo ancora passare prima di pretendere la verità? E fino ad allora? Dov’è questo cosiddetto governo federale? Il governo si è ritirato spontaneamente da tutto. Hanno lasciato Beslan in totale solitudine. E la città sprofonda silenziosamente nella follia." Ancora denunce negli articoli di Anna, derivanti dalle testimonianze, contro i violenti e i violatori, ancora mucchi di carte e documenti circostanziati, raccolte di informazioni e fotografie che Anna vuole mettere a disposizione delle procure. Dopo quel 7 ottobre in cui Anna viene uccisa, sulla sua scrivania alla redazione del giornale i colleghi trovano e pubblicano gli appunti che sarebbero serviti per il suo nuovo articolo sulle torture compiute dagli uomini di Kadyrov in Cecenia, scrupolosi resoconti dei torturati per i quali lei stessa avrebbe testimoniato in tribunale. Dall’ultima intervista a Radio Svoboda, tre giorni prima di essere assassinata. "...Adesso sul mio tavolo di lavoro ci sono due fotografie. Sto conducendo un’inchiesta sulle torture perpetrate nelle prigioni segrete di Kadyrov oggi e nel passato. Uomini che sono stati sequestrati dagli uomini di Kadyrov senza alcun motivo comprensibile…(un russo e un ceceno) che sono stati descritti come se fossero dei combattenti contro i quali gli uomini di Kadyrov avessero ingaggiato un combattimento nel villaggio di Alera. Questa è la storia raccontata in televisione, che abbiamo ascoltato per radio e letto sui giornali. In realtà mentre Kadyrov rilasciava la sua intervista telefonica sulla sconfitta dei combattenti ceceni, erano in atto dei veri e propri rastrellamenti con torture e omicidi. I sequestri di persona (operati dalle truppe filorusse) sono notevolmente aumentati nel primo semestre di quest’ultimo anno rispetto ai primi sei mesi del 2005. E parliamo soltanto di quelle persone il cui rapimento è stato denunciato dai familiari. Nessuno viene ritrovato. Vorrei fare notare che si parla di "scomparse limitate" soltanto perché non si tratta di nostri congiunti, non è mio figlio, né mio fratello e neanche mio marito. Le foto di cui vi parlo raffigurano dei corpi straziati dalle torture. Tutto ciò non può essere liquidato come una "bassa percentuale di casi". Siamo di fronte a una moltitudine di casi… Non credo che quel vigliacco, armato fino ai denti, circondato dalle guardie del corpo, diventerà mai presidente. Ho un solo sogno personale nel giorno del compleanno di Kadyrov: sogno che sieda sul banco degli imputati e che venga applicata la più severa procedura processuale per il giudizio dei suoi innumerevoli reati e per la pronuncia del verdetto finale". |
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