Physical Graffiti - Autobiografia di un 33 giri e un terzo!

racconto raccolto da Mauro COSTA

 

Ciao a tutti, mi chiamo Physical Graffiti, sono un LP e sono nato nel 1975. Con il vinile che ci scorre nelle vene abbiamo una particolarità unica: veniamo al mondo già adulti e non cresciamo più; certo invecchiamo e subiamo, come poeticamente ricorda un mio colto fratello italiano, "le ingiurie del tempo" in special modo per come ci trattano ma, in fondo, tutto quello che speriamo è di vivere un’esistenza dignitosa e possibilmente solleticare il piacere dell’ascolto a chi ci ha scelto. Devo dire di essere stato fortunato, almeno in partenza, perché i miei genitori erano nientemeno che i Led Zeppelin, insomma ammetto che c’è stato qualcuno più sfigato di me.

Me ne stavo tranquillo e incellofanato al sicuro in uno scaffale in bella mostra da Disco Club a sentire i commenti di chi mi prendeva in braccio e diceva all’amico…: "Ehi guarda che bella copertina che ha l’ultimo album dei Led Zeppelin!" Ero davvero orgoglioso dei miei genitori e di come ero uscito; qualcuno commentava che ero anche molto bello dentro e che sprigionassi autentico hard rock tra i miei solchi, ma insomma, come si suole dire, ero ancora vergine e certe esperienze non erano ancora alla mia portata. Un bel giorno un tipo di poche parole e svelto di mano mi prelevò a forza e mi gettò in un sacchetto di plastica, dopo pochi minuti finii a casa Pholas; fui immediatamente liberato da quell’involucro di plastica che cominciava a diventarmi stretto e, soprattutto, m’impediva di esprimere la migliore qualità che possiedo, quella sonora. Quando vidi però uno Stereorama 2000 de luxe che mi attendeva per il battesimo del fuoco non vi nego che ebbi una gran paura per i miei solchi nuovi di zecca. Vero è che la puntina era stata appena sostituita ma, per costituzione, anche la nuova arrivata avrebbe avuto la mano pesante e inoltre tutta la struttura dell’impianto non mi faceva certo una buona impressione. Dopo qualche passata, l’abitudine rese più sopportabile il dolore, anche se sapevo che, "stressato" in quella maniera, avrei avuto vita piuttosto breve. Il mio acquirente era (ed è tuttora) un tipo piuttosto strano; ancora prima di mettermi sul piatto del giradischi prese a marchiarmi, fortunatamente a freddo, sull’etichetta dei dischi con un timbro che diceva "C.M. personal record". Che originalone! Confesso che non mi dispiacque più di tanto perché questa procedura di appartenenza così stretta mi faceva ben sperare che avrei passato una felice esistenza in una solida libreria, ben appilato insieme ai miei fratelli, senza i traumi che altri sfortunati compagni che nascono, per esempio, da genitori discotecari devono subire sin dalla nascita. Pensate spesso li lasciano riposare nudi, uno sull’altro, su un tavolo di metallo alla mercé di polvere, ditate e umidità; ancor peggiore il loro destino quando sono usati: i solchi sono sollecitati dalle ripetute passate della puntina che, usata con violenza dai D.J., provoca loro escoriazioni non sanabili …poverini che vitaccia la loro!

Invece, mai fidarsi delle apparenze. Il mio acquirente era un maniaco dell’ascolto ma, in verità, piuttosto squattrinato; così pur di sentire quasi tutto quello che usciva sul mercato prestava noi dischi a destra e a manca anche a gruppi di cinque o dieci per volta per riceverne altrettanti. Più volte lo sentivo mormorare che io no, io sarei rimasto per sempre a casa tanto lo soddisfacevo dal punto di vista musicale; invece, lo sciagurato, non mantenne la parola data. Un brutto giorno mi prese ancora appisolato all’alba di una mattina feriale insieme con altri quattro sventurati compagni d’avventura e mi portò al liceo. Qui fui catturato immediatamente da altre mani rapaci e sbattuto in una cartella buia e scomoda. Non ci potevo credere! Vero è che nell’aria aleggiavano promesse di un pronto ritorno, ma avevo paura ugualmente perché, sapete, ne ho visti parecchi di fratelli uscire da quella casa e potrei giurare che non tutti sono ritornati alla base. Forse me la cercai da solo con tutti quei sinistri pensieri di sospetto ma, di fatto, invece che tornare a casa finii tra altre mani e poi altre ancora senza che queste avessero alcun grado d’amicizia o di parentela con quelle del mio acquirente originale. Feci una serie d’esperienze tra le più variegate, sballottato a volte gentilmente, a volte con noncuranza su impianti di lusso e su fonovaligie e alla fine disperai davvero di potere ritornare a casa. L’ultima persona che mi ebbe tra le grinfie mi trattò con grande noncuranza e alla fine mi cedette per due lire a un commerciante che aveva una bancarella in piazza Banchi nel centro storico di Genova. Erano passati molti anni da quando nacqui pieno di belle speranze e da quando fui acquistato e coccolato, per poco, in casa Pholas; il calendario si avvicinava a grandi passi allo scoccare del terzo millennio, mancava meno di un lustro. Nonostante tutte le sevizie cui fui sottoposto la mia pelle non era totalmente da buttare e i miei vestiti nemmeno troppo laceri. Mi applicarono un’etichetta con scritto lire 15.000 e giuro che era poco più di quanto fui pagato nel lontano 1975, poi mi misero fuori al freddo insieme con altri compagni di sventura. Qualcuno mi notò, mi squadrò e ispezionò poi mi rimise i vestiti addosso e mi ripose scuotendo la testa. Un giorno arrivarono due mani svelte e sicure che riconobbi subito, erano quelle che anni prima mi avevano prelevato dallo scaffale di Disco Club. Non ci potevo credere, era lui che dopo tanto tempo mi degnava ancora d’attenzione! Mi avrebbe riconosciuto? Come mai avrebbe potuto? Come tutti quanti mi spoglio per controllare lo stato dei miei solchi e mi accorsi immediatamente che non era per niente schifato dalle mie misere condizioni, ma piuttosto attratto, quasi ipnotizzato, da uno scolorito timbro sulla mia etichetta interna che diceva "C.M. personal record". Lo vidi sorridere, forse commuoversi, fare mille domande al bancarellista ricevendo unicamente risposte vaghe e una serie impressionante di non saprei; insomma per farla breve in men che non si dica ero finito ancora in un sacchetto, ma la destinazione, questa volta, era nuovamente la via di casa, la mia prima casa. Una volta ritrovato l’antico scaffale mi accorsi che i miei fratelli si erano moltiplicati e addirittura vidi un mio gemello che di nome faceva Physical Graffiti proprio come me, solo che lui era d’importazione. Facemmo subito amicizia e subito mi confidò che era stato acquistato anni dopo che Pholas aveva disperatamente cercato di ricordarsi a chi avesse prestato il disco che con enormi sacrifici aveva acquistato a metà degli anni settanta. Il mio gemello d’oltremanica aveva avuto una vita più agiata della mia, sempre maneggiato con i guanti, mai uscito dalla bambagia e costantemente trattato dalle carezze di una testina Shure e di un braccio Sme. Mi sentivo un po’ come il fratello sfortunato, ma ero felice di essere ritornato qui. Nei mesi che seguirono soffrii un poco nel vedere che Pholas preferiva ascoltare sempre la copia d’importazione, ma poi mi resi conto che per me provava forse un affetto come per nessun altro dei miei fratelli sistemati in libreria. Vero che non mi metteva mai sul piatto, ma controllava che le mie ferite, per quanto possibile, si rimarginassero, e molto spesso mi cospargeva di appositi liquidi e mi massaggiava con panni delicati. Tutto questo senza ascoltarmi mai più. Allora capii che avrei in ogni caso passato una vecchiaia felice e che più nessuno mi avrebbe smosso dal mio posto. Ancora adesso sono qui.




 
 
 
 
 

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