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Non è (or)mai troppo tardi?Appunti storici e considerazioni sul sistema scolastico italiano Antonio Monteduro, per “Eternauti” Lo spartiacque dell’organizzazione scolastica in Italia è dato dalla riforma Gentile, che, elaborata durante il primo governo Mussolini (1922-’24), prevedeva la scuola materna triennale, cinque anni di elementari, suddivisi in triennio e biennio, la scuola media inferiore, con diversi percorsi e durate (avviamento professionale triennale, il ginnasio con scansione 3+2 e i corsi inferiori, solitamente di quattro anni, degli istituti tecnici, istituti magistrali, istituti d'arte e conservatori), una scuola media superiore, di tre anni per il liceo classico, di quattro per il liceo scientifico, di tre o quattro anni per i corsi superiori dell'istituto tecnico, dell'istituto magistrale e dei conservatori. Da notare che un canale delle scuole medie permetteva il passaggio all’università, ed un altro rimaneva per così dire conchiuso in se stesso. Si noti inoltre che, pur prevedendo la riforma Gentile una scolarizzazione minima fino all’età di 14 anni, in realtà tale dettato legislativo rimase praticamente lettera morta fino all’unificazione della scuola media nel ’63.
Nel 1969, sulla spinta delle contestazioni studentesche, viene liberalizzato l’accesso ad ogni facoltà universitaria, e l’esame di maturità viene semplificato (anche se ufficialmente in via “provvisoria”).
Nel 1974 vengono
istituiti i cosiddetti “decreti delegati”, contenenti norme riguardanti
l’istituzione ed il riordinamento degli organi collegiali della scuola, lo
stato giuridico del personale insegnante e non insegnante della scuola, la
sperimentazione e la ricerca educativa, nonché l’aggiornamento culturale e
professionale. Sarà soltanto nel 1997 che verrà attuata una nuova riforma dell’ordinamento scolastico italiano; firmatario e promotore né è l’ex rettore dell’Università di Siena, ora ministro della Pubblica Istruzione, Giovanni Berlinguer. Concetto fondante della sua riforma è quello di una “nuova professionalità”, intesa come capacità di “controllo e direzione dei processi in cui ciascuno è inserito”, che si estrinseca per il tramite dell’articolazione del percorso scolastico non più per ordini e gradi di istruzione, bensì per obiettivi di apprendimento, ed attraverso una sostanziale continuità dei cicli di istruzione. Sono previsti due soli cicli di istruzione (un ciclo di base, fino ai 13 o 14 anni, ed un ciclo secondario fino a 18 anni) o addirittura un ciclo unico, progressivo e comprensivo, dai 6 ai 16 o 17 anni, ed uno degli obiettivi della riforma è il superamento della distinzione del percorso scolastico in tre cicli, fortemente separati fra loro ed altamente selettivi. Il primo ciclo, di sei anni di durata, è diviso in tre bienni, ed ha come scopo di "concorre alla formazione dell'uomo e del cittadino nel rispetto e nella valorizzazione delle diversità individuali, sociali e culturali. Esso favorisce la formazione della personalità degli alunni promuovendone l'alfabetizzazione per l'acquisizione dei linguaggi e dei saperi indispensabili, per lo sviluppo delle capacità critiche e di un atteggiamento positivo nei confronti dell'apprendimento, per il riconoscimento e la condivisione dei valori fondanti la convivenza civile e democratica"; più in dettaglio, scopo dei primi due bienni è "lo sviluppo delle conoscenze e delle abilità di base e della dimensione relazionale", e del terzo biennio "il consolidamento, l'approfondimento e lo sviluppo delle conoscenze acquisite e la crescita di autonome capacità di studio, di elaborazione e di scelta coerenti con l'età degli alunni, mediante il graduale passaggio dalle grandi aree tematiche alle discipline”. Anche il ciclo secondario dura sei anni e si articola "nelle grandi aree umanistica, scientifica, tecnica, tecnologica, artistica e musicale ed ha la funzione di consolidare e riorganizzare le capacità e le competenze acquisite nel ciclo primario, di arricchire la formazione culturale, umana e civile degli studenti, sostenendoli nella progressiva assunzione di responsabilità, e di offrire loro conoscenze e capacità adeguate all'accesso all'istruzione superiore universitaria e non universitaria ovvero all'inserimento lavorativo", caratterizzandosi il primo anno "per la prevalenza degli insegnamenti fondamentali", il secondo ed il terzo anno "per l'approfondimento degli insegnamenti comuni e per la progressiva estensione dell'area degli insegnamenti disciplinari specifici dell'indirizzo prescelto", ed il triennio finale riguardando gli insegnamenti specifici a ciascun indirizzo.
Con il secondo governo Prodi, infine, viene bloccata l'attuazione dei provvedimenti riguardanti il secondo ciclo di studi previsti dalla legge Moratti, e viene proposta una revisione dell'esame di stato (l'ex esame di Maturità) che non consenta l’ammissione degli studenti con debiti formativi nel triennio non saldati. A fronte di questo excursus storico, alcuni dati statistici, riportati da una ricerca effettuata dall'Università di Castel Sant’Angelo della “Unione Nazionale per la Lotta contro l'Analfabetismo”: 1950: tasso di analfabetismo in Italia al 12,9 %. 1960: 8,3 % 1970: 5,2 % 1980: 3,1 % 1990: 2,9 %. 2005: 6.000.000 (sic!!) di italiani risultano “analfabeti”, pari ad un tasso del 12 %, il che fa precipitare l’Italia all’ultimo posto nella classifica dei trenta paesi più alfabetizzati del mondo. Secondo invece la “Lista degli stati per tasso di alfabetizzazione” contenuta nel “Rapporto delle Nazioni Unite sul Programma di Sviluppo 2005” l’Italia è ancora più indietro, al 43° posto. Assieme con l’alfabetizzazione, anche il livello di acculturazione del nostro paese appare paurosamente precipitato: il rapporto OCSE 2004 intitolato "Uno sguardo sull'educazione”, utilizzando come parametri l'evoluzione dei livelli e dei risultati degli studenti, gli incentivi offerti dai governi per attrarre e trattenere insegnanti qualificati, la disponibilità e l'uso delle tecnologie multimediali nel processo di apprendimento, la spesa per l'istruzione e l'accesso all'educazione continua da parte degli adulti, ci pone al 26° posto su trenta paesi presi in esame nella classifica generale sull’istruzione. Insomma, a leggere questi dati sembra che un mezzo secolo di sforzi e di investimenti nel settore sia stato spazzato via dall’incuria e dall’improvvido agire dei governi che nel corso del periodo preso in esame si sono succeduti alla guida del paese. Si tengano però presenti alcuni aspetti della questione, assolutamente non marginali.
Diciamo comunque che sia nella ricerca effettuata dall'Università di Castel Sant’Angelo che nella “Lista degli stati per tasso di alfabetizzazione” ciò che in realtà viene preso in considerazione è in effetti il tasso di acculturazione generale del paese, così come estrinsecatesi nella qualità del parlare, dello scrivere, dell’accesso e conclusione degli studi superiori. La sensazione che rimane è comunque di gran sconforto: analfabeti totali non lo siamo forse più, ma di sicuro stiamo molto male in quanto a cultura generale, e questo perché, a mio sommesso giudizio, siamo purtroppo un paese che ha sperperato le proprie potenzialità culturali accumulate dal secondo dopoguerra in poi, quando si è riusciti ad alfabetizzare nel giro di un paio di generazioni la quasi totalità della popolazione. Per farvi un esempio, banale e settoriale fin che si vuole ma a mio avviso piuttosto significativo: il latino che mio fratello (di una decina d'anni maggiore di me) ha studiato alla scuola media inferiore è il latino che io ho studiato al ginnasio, ed è il latino che ora viene insegnato come corso propedeutico all'Università. A che si deve questo sperpero culturale? Io credo che il sistema scolastico che abbiamo conosciuto da giovani presentasse, colto nel suo insieme, aspetti di approfondimento culturale che oggi non sono più esistenti. E' logicamente una generalizzazione, e come tale giustamente da prendere con le molle, dato che con le generalizzazioni, così come con le statistiche, si riesce a dimostrare tutto ed il contrario di tutto; ma a me personalmente sembra che sia una realtà vera, e sinceramente mi piacerebbe molto poter trovare argomenti che vadano a smentire questa mia affermazione. Io credo che il vero nocciolo della questione, nonché quello che ogni genitore mediamente responsabile abbia il dovere di chiedersi e su cui abbia il diritto di avere risposte non fumose o fuorvianti da parte dei responsabili della politica culturale del nostro paese, sia il fatto che, stanti così le cose, i nostri figli, a parità di percorso scolastico effettuato, saranno (sono!) mediamente meno preparati di noi, e conciò ovviamente in generale molto meno preparati ad affrontare la vita (e non solo quella lavorativa); ed ancora, la preparazione dei nostri figli, con ciò intendendo la possibilità di espressione di quelle loro potenzialità con le quali dovranno riuscire a rendersi il più possibile autonomi ed indipendenti, sarà minore di quella che è stata data a noi, e sarà sempre più compito della famiglia sopperire fin dove possibile alle evidenti lacune del sistema scolastico (anche se si potrebbe parzialmente sviare il discorso sostenendo che non è la scuola, quella che deve formarti per la vita, o quantomeno non solo quella; certo è che la funzione educativa dell'istituzione scolastica è stata sempre, ed in tutte le culture, pari solo a quella familiare).
Alle corte: io temo che
purtroppo mancherà sempre più per i nostri figli la possibilità di seguire
le proprie naturali inclinazioni per affrontare con una certa sicurezza il
mondo del lavoro, e che sempre di più saranno costretti ad accettare
l'ipotesi di dover cercare altrove, in altri paesi, ciò che in questo paese
non siamo più in grado do offrirgli. Vedo, insomma, una sempre maggior prospettiva di emigrazione di giovani mediamente qualificati ed in cerca di sempre maggior qualificazione, ed una pari immigrazione di giovani e meno giovani di livello culturale medio basso, con il conseguente, potenziale livellamento al basso del mercato del lavoro, dove una pletora di personale non o poco qualificato verrà sfruttato da poche entità di alto livello, per un generale abbassamento del tenore medio di vita dato da salari che premino la specializzazione e l'acculturazione di alto livello. A questo punto, comunque si interpretino i dati, rimane il fatto che l’emergenza scolastica è evidente: possiamo prendere spunto da quanto è stato fatto in passato per risalire la china? O stavolta, davvero, è ormai troppo tardi? P.S. Un grazie di cuore a tutte le amiche e gli amici che nel corso della discussione su questo argomento impostata su Ieri Oggi & Domani sono intervenuti con le proprie osservazioni, rendendo così possibile la stesura del presente articolo. |
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