LIFE SKILLS E PATTI EDUCATIVI NELLA SCUOLA PRIMARIA

di Paola Zerbini

 

Spesso per un genitore avere figli a scuola significa affrontare delle prove; o meglio, fare dei tentativi: il tentativo di capire in che cosa si concretizzino i programmi che vengono seguiti a scuola; il tentativo di capire quale sia il modo più utile per sostenere i propri figli nel percorso di apprendimento; e da ultimo il tentativo di interagire con il sistema scolastico, laddove possibile.

La strada dell’interazione, la più impegnativa, è sicuramente la migliore via che un genitore può seguire per sentirsi parte della vita scolastica dei figli; l’impegno viene ripagato con una maggior consapevolezza della complessità di quello che gli studenti e gli insegnanti fanno ogni giorno a scuola. Consapevolezza che dovrebbe rendere fisiologico il bisogno di intervento e supporto alla scuola da parte delle famiglie.

Fin dalle scuole primarie diventa necessario per i genitori porsi come partner educativi complementari alla scuola, ruolo che sempre più spesso viene espressamente richiesto dagli stessi insegnanti.

Le scuole stringono allora dei patti educativi con le famiglie, allo scopo di creare la maggior sinergia possibile tra le linee educative seguite a scuola e quelle praticate in famiglia.

Le assemblee scolastiche diventano per i genitori il momento in cui ci si confronta e si mettono a fuoco i punti salienti del patto stesso:

Aspettative generali delle famiglie nei confronti dell’attività didattica ed educativa della scuola e individuazione delle diverse priorità di dettaglio

obiettivi che gli insegnanti si propongono di realizzare e loro aspettative nei confronti degli studenti

ricerca di scelte educative e di principi comuni da seguire e definizione di linee operative comuni o condivisibili.

Il rischio maggiore è che, mancando le linee operative, il patto educativo rimanga tra i buoni proposti mai realizzati e sta nella buona volontà di entrambe le parti (genitori e scuola) cooperare per attuarlo in concreto.

Una tendenza non recentissima, ma solo da poco accolta come obiettivo prioritario nell’educazione del bambino e del ragazzo è il raggiungimento delle Life Skills (competenze di vita), introdotte per la prima volta nell’omonimo progetto promosso dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) nel 1993.

Genitori e scuola collaborano per produrre un adulto in possesso di tutte quelle abilità indispensabili per la vita di oggi, in cui non è tanto necessario "sapere", quanto "saper fare" e "sapere come fare".

Skills for life sono "quelle abilità che è necessario apprendere per mettersi in relazione con gli altri e per affrontare i problemi, le pressioni e gli stress della vita quotidiana", recita il documento ufficiale dell’OMS. Poche e chiare parole per definire delle competenza che la vita di oggi richiede per essere affrontata con efficacia; un compito educativo enorme a cui è chiamata la scuola con il sostegno della famiglia.

L’esigenza di trovare nuove strategie di informazione ai giovani fu avvertita a livello mondiale già dagli anni ’80; la crescente diffusione degli stupefacenti verificatasi negli anni ’70 aveva reso evidente la necessità di informare i giovani sui pericoli e le conseguenze dell’abuso delle sostanze psicotrope, ma ci si accorse ben presto che i classici canali di diffusione (incontri, informazione tramite media, anche particolareggiata e tecnologicamente avanzata) ottenevano risultati insoddisfacenti nel colpire e modificare la percezione dei giovani.

Fu deciso allora di cambiare prospettiva di approccio e di puntare non più alla informazione, ma alla formazione dei giovani, cominciando fin dall’infanzia a educarli all’acquisizione di strumenti che permettano loro di analizzare, affrontare e risolvere le difficoltà della vita quotidiana, con l’obiettivo di ridurre le situazioni di disagio giovanile e di creare un individuo "efficace" ovvero "di successo".

In realtà ancora oggi si discute parecchio sull’utilizzo di questo aggettivo, da alcuni visto in una accezione negativa e discriminante; spesso "efficace" viene inteso nel significato di "vincente" e molti educatori non lo utilizzano per non enfatizzare ancora di più gli aspetti di competizione sottesi al termine che permeano già abbastanza l’odierna società.

Le Skills for life individuate dall’OMS sono:

Decision making (capacità di prendere decisioni) valutando gli effetti delle diverse opzioni possibili in base al processo decisionale elaborato;

Problem solving (capacità di risolvere i problemi);

Pensiero creativo, visto come l’abilità di elaborare e valutare cosa fare e non fare in frangenti critici; va a completare le due skills sopra citate;

Pensiero critico, cioè la capacità di analisi oggettiva delle situazioni, delle informazioni e delle esperienze;

Comunicazione efficace, sia verbale che non verbale: è la capacità di saper esprimere in modo corretto le proprie idee, sensazioni, esperienze, senza avere paura di chiedere aiuto, quando necessario;

Capacità di relazioni interpersonali: è la capacità di intrecciare relazioni positive con gli altri, relazioni che possano contribuire in modo significativo sul benessere fisico e mentale dell’individuo;

Autoconsapevolezza: di se stessi e del proprio carattere. Essere consapevoli delle debolezze e dei punti di forza personali e un requisito fondamentale per una comunicazione efficace dei propri bisogni;

Empatia: cioè capacità di comprendere le sensazioni che provano gli altri, anche in situazioni che ci sono estranee. L’empatia è fondamentale per capire e accettare i "diversi";

Gestione delle emozioni: sottintende la capacità di riconoscere le emozioni e di capire quanto possano influenzare i comportamenti in noi stessi e negli altri;

Gestione dello stress: è la capacità, conseguente al riconoscimento e alla gestione delle emozioni, di valutare e di tenere sotto controllo i livelli di stress a cui siamo sottoposti ogni giorno.

Nell’educazione di oggi, le life skills - nate con obiettivi principalmente legati alla salute ( gestione di forti stress emotivi, come il divorzio o la perdita di un genitore, prevenzione dei comportamenti a rischio, come l’uso di droghe o il contrarre malattie sessualmente trasmissibili) - sono considerate strumenti indispensabili ai giovani che devono affrontare le nuove realtà del mondo in cui viviamo: l’innovazione tecnologica continua, il cambiamento dei profili professionali, per cui sempre più spesso la formazione non risponde alle competenze richieste dai nuovi mercati, l’esigenza di formazione continua, i lunghi tempi di attesa per il primo impiego, le frustrazioni che nascono dalla discrepanza tra le aspettative professionali dei giovani e le realtà lavorative in cui si vengono a trovare, i salari inadeguati al costo della vita in continua crescita, e così via.

In un panorama simile si deve pensare a una società della formazione continua e le scuole, a partire da quelle primarie, sono chiamate a educare i giovani ad una metacognizione, piuttosto che a una semplice acquisizione di nozioni. La metacognizione insegna a imparare; fornisce metodi e strumenti e porta ad un apprendimento molto più critico e consapevole di quanto non sia stato fino a poco tempo fa.

Le famiglie hanno un ruolo importante nel processo di apprendimento delle life skills e possono supportare il percorso didattico delle scuole aiutando i propri figli, fin da bambini, a imparare a conoscere, per l’innalzamento generale dei saperi, stimolando la loro naturale curiosità; a imparare a vivere, con se stessi, lontano dai condizionamenti della società, basati soprattutto sulle regole dell’economia e del consumismo; a imparare a essere, cioè imparare a conoscere e ad affermare se stessi, trovando la propria identità personale e professionale; a imparare a fare, cioè ad agire con cognizione e responsabilità, prendendo decisioni da soli o insieme ad altri.

Nei testi legislativi italiani in materia di istruzione scolastica le life skills sono state citate come obiettivo o prese come idea ispiratrice fin dal 1996 e una direttiva del Ministro Fioroni del 2005 le menziona come indispensabili per "individuare, stimolare e indirizzare le attitudini di ciascuno" e "a costruire il senso di appartenenza e l’identità sociale di ciascuno".




 

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