La scuola di Tina. In diretta... dal precariato a come essere un buon docente

di Tina Silvestri

 

La mia esperienza didattica ha avuto inizio nel lontano 1989, quando fui convocata per una supplenza di Educazione Musicale nella scuola media. Beh, credo che quelli siano stati i dieci giorni più lunghi della mia vita: fui invitata a recarmi in classe, senza aver mai avuto alcuna esperienza diretta con dei ragazzi ed ero, a dir poco, terrorizzata. Avevo un’ottima preparazione musicale, un’ottima cultura, ma non sapevo cosa dovessi fare. Solo il buon senso e l’innata propensione per questo lavoro mi permisero allora di fare lezione senza combinare danni. Tuttavia questa è un’esperienza che tutti i docenti hanno affrontato. E questo, forse, mi permette di evidenziare uno dei punti deboli fondamentali del sistema scolastico italiano: la mancanza di preparazione specifica nella didattica e nelle tecniche relazionali dei docenti, ai quali viene demandato quasi totalmente il problema di come agire in classe.

Per diventare docente di ruolo ho sostenuto tre diversi concorsi pubblici, per classi di concorso diverse. E mentre il concorso a cattedra per l’insegnamento di Educazione Musicale nella scuola media richiedeva anche una preparazione teorica sulla didattica musicale (che io, come la maggior parte dei miei colleghi, ho acquisito da autodidatta), il concorso a cattedra per la secondaria di secondo grado richiedeva soprattutto una preparazione culturale specifica. Data per scontata la preparazione del docente nella propria disciplina, credo fermamente che questa non sia affatto sufficiente per fare di un docente un "buon docente". Nonostante l’istituzione di corsi di specializzazione per l’insegnamento nelle varie facoltà universitarie, inoltre, continuo a constatare che nella realtà la situazione è cambiata ben poco. Il fatto stesso che i corsi di formazione per i docenti neoimmessi in ruolo comincino soltanto a marzo, la dice lunga sulla preparazione didattica di chi entra in una classe per la prima volta. E’ vero che un docente si forma solo sul campo, ma avere una preparazione specifica aiuterebbe ad innalzare i livelli di rendimento di alunni e insegnanti.

I livelli di rendimento: e siamo arrivati ad un’altra delle note dolenti.

Perchè la nostra scuola costa tanto e rende così poco, da farci risultare agli ultimi posti delle statistiche dell’OCSE? Il discorso è abbastanza complesso. E’ stato affermato che il rapporto alunni/docenti italiano è fra i più bassi d’Europa, ma sembra che questo derivi dal fatto che in Italia ci sono molte scuole di montagna, con un numero molto basso di alunni, che altrimenti sarebbero costretti a spostamenti quotidiani piuttosto difficoltosi. Il problema sicuramente esiste e la soluzione non consiste, secondo me, nell’aumentare il numero di alunni per classe, così come sta procedendo attualmente il ministero. Ancora una volta faccio riferimento alla mia esperienza personale: nel passato ho avuto una classe formata da trentadue alunni e ho potuto constatare che i risultati didattici erano inferiori rispetto a quelli che riuscivo ad ottenere in classi di ventiquattro/venticinque alunni.

Spesso, inoltre, si mette in discussione il livello di preparazione degli insegnanti, che, in realtà, nella maggior parte dei casi, è adeguato. Piuttosto quello che manca alla scuola italiana sono risorse finanziare sufficienti che permettano agli insegnanti di operare nelle migliori condizioni. A cosa serve aggiornarsi sulle possibilità di insegnare il latino con il computer, se poi la scuola non ha le strutture per poter realizzare tale tipo di didattica? Spesso (per rendere più chiara la situazione in cui si opera nella maggior parte dei casi), agli insegnanti viene negata addirittura la possibilità di fotocopiare testi per poter fornire materiale di approfondimento agli studenti. In tale situazione o si provvede a proprie spese o si rinuncia.

Considerato lo stipendio medio di un insegnante, spesso si rinuncia. E per lo stesso motivo spesso si rinuncia ad acquistare testi per l’autoaggiornamento o a seguire corsi organizzati a pagamento. D’altra parte i corsi di aggiornamento organizzati dalle scuole stesse sono, il più delle volte, di un livello talmente basso da risultare praticamente inutili.

Ma, nella mia esperienza quasi ventennale ormai, ho potuto constatare che il motivo più serio, per cui i livelli di rendimento si abbassano continuamente, è la mancanza di una seria selezione.

Il sessantotto ha cambiato i costumi sociali e ha fornito nuove basi teoriche sulle quali organizzare una scuola democratica.

Ma è veramente democratica una scuola che, invece di insegnare di più a tutti, insegna sempre meno perchè tutti hanno diritto alla promozione? Quale studente sarà incentivato ad impegnarsi seriamente, quando sa benissimo che alla fine dell’anno sarà comunque promosso? Anche gli studenti più motivati, di fronte alla pressoché totale mancanza di selezione, perdono motivazione ed entusiasmo di anno in anno. Il risultato è che agli esami di stato arrivano studenti che in teoria dovrebbero essere in grado di scrivere un articolo di giornale, commentare Dante, risolvere complessi problemi matematici, ma, in realtà, spesso commettono errori di ortografia, hanno uno spessore culturale bassissimo e ... altro che riflettere sulla quadratura del cerchio!

Da quando ho iniziato a muovere i primi passi nell’ambito scolastico ad oggi, si sono succedute diverse riforme scolastiche: la riforma Berlinguer, sull’autonomia scolastica, la riforma Moratti, sulla scuola basata sulle tre i (!), oggi la riforma Fioroni, che dovrebbe finalmente riportare un nuovo rigore nella scuola italiana. Di volta in volta ho seguito corsi di aggiornamento oppure ho provveduto all’autoaggiornamento, e, ogni volta ero sempre preoccupata, così come i miei colleghi, delle novità che avrebbero introdotto queste riforme e sulla difficoltà di tenere il passo. E poi, invece, tristemente ho verificato che le novità erano veramente poche e che in realtà ognuno continuava a fare quello che aveva sempre fatto. La programmazione didattica ha assunto di volta in volta nomi diversi, realizzata per unità didattiche, per moduli; sono aumentate le sigle, POF, PON, e chi più ne ha più ne metta, ma la pratica didattica, il più delle volte, è sempre la stessa.

 
 
 
 
 
 
 
 

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