|
|
||
Persi! Nella vertigine del vinile - 1di Mauro Costa a cui segue la controstoria del Camallo
Non ricordo bene in quale giornata del mese di ottobre Michi (noi lo chiamiamo il Camallo) , tra una discussione su quanto fosse buono il rapporto qualità prezzo di una bottiglia di Sedàra, Nero D’Avola di Donna Fugata e di quanta fiducia riponesse in Gasperini e nel nuovo corso del suo Genoa, uscì con un’affermazione che mi lasciò basito: "Sono stufo dei vinili che possiedo in casa, tanto non li ascolto mai: quando vuoi, fai una cernita e prendi quello che ti serve”.
Da appassionato, estimatore e collezionista del nero supporto fonografico fui pervaso da due differenti sensazioni: la prima di un’adrenalinica felicità nell’andare a rovistare tra i dischi di un “ragazzo fine anni ‘50” senza perniciose passioni melodiche, quelle alla Pooh per intenderci, la seconda di sentito rimprovero per aver solo pensato una cosa del genere; ma come si fa a volersi disfare del vinile, per giunta storico, che si è faticosamente acquistato negli anni in cui la musica popolare contava qualcosa e quando i soldi in tasca erano pochini? Decisi di non esternare troppo la seconda sensazione, non fosse mai che Michi potesse in qualche modo ritornare sulla sua perentoria decisione.
I dischi erano stipati in una libreria, ma sistemati al piano terra e seminascosti da un mobile adiacente, in breve, in una nicchia troppo scomoda per una veloce consultazione e una rapida presa per l’ascolto, inoltre nella sala tra decoder satellitari, amplificatori e cd player non c’era verso di capire dove fosse stato sistemato il giradischi. Eh si… questi dischi dovevano proprio soffrire di solitudine, ma ci avrebbe pensato il sottoscritto a ridar loro quell’identità che nel salone del Camallo avevano definitivamente smarrito. Basta una rapida occhiata alla prima cinquantina di pezzi, quelli più accessibili, per capire che la scelta andava fatta con parecchia calma e che la quantità del materiale “d’asporto” non sarebbe stata poca: ”Nucleus, De Andrè, Who, Rolling Stones” sono i primi artisti che balzano agli occhi senza un ordine apparente logico o cronologico; per carità niente di particolarmente prezioso a livello collezionistico trattandosi di quasi tutte ristampe e per giunta tenute in maniera poco ortodossa, ma di enorme livello storico, culturale e, se permettete, affettivo.
Decido di portarli via tutti, dovendo fare una cernita su cosa m’interessava realmente avrei lasciato al suo posto poche unità, sconcertando però il Camallo a tal punto che aprì un’anta della libreria e mi rimbrottò: ”Beh già che ci sei questo è il piatto Pioneer…. Prego accomodati”. Quella sera però ero in scooter quindi sarei tornato una settimana dopo con la macchina e due casse per contenere i dischi; la mia stima quantitativa è persino per difetto, i due contenitori non bastano, provvede il Camallo omaggiandomi di un borsone blu Ikea dove stipo la restante parte dei dischi e il “vintage” piatto Pioneer. Giunto a casa comincio a "ravattare” tra i vinili con la stessa gioia e curiosità di un bambino che si sveglia il 25 dicembre e corre sotto l’albero di natale a scartare i pacchetti; dopo qualche disco di scarso interesse personale ecco che fa capolino la nera copertina del disco dei Nucleus “We’ll Talk About It Later” probabilmente il loro migliore. La stampa è italiana ma originale, e il logo affascinante e ipnotico dell’etichetta Vertigo è ancora presente in tutto il suo splendore; decido di mettere sul piatto la facciata A quella con la label completamente a spirale e mentre i primi passaggi jazz-rock si diffondono nella sala, mi scopro a rimanere incantato a osservare il disco che gira, proprio come a volte mi capitava negli anni addietro in cui la memoria comincia a confondersi. La mia mente scorre dunque veloce al 1970, quando ad appena nove anni possedevo dischi che un normale bambino non si sarebbe neppure immaginato nei suoi peggiori incubi; mi rivedo alla finestra di un palazzo al terzo piano ad aspettare il babbo che non tornava dal lavoro, mi rivedo osservare la strada che il giorno precedente era visibile e che ora era totalmente ricoperta dall’acqua… non è più una strada, è un fiume… mi rivedo a osservare il volto di mia madre preoccupata per la mancanza di notizie del babbo e allo stesso tempo rassicurante e protettiva nei miei confronti e mi chiedo come mai una pioggia insistente di pochi giorni possa far esondare un torrente pacifico e spesso privo d’acqua, mi rivedo finalmente indicare alla finestra la sagoma di mio padre che non so ancora come sia riuscito a tornare a casa.
Mi rituffo nella cassa dei dischi e appare “Nursery Cryme”, uno dei pochi che avrei lasciato al suo posto, non certo per il poco valore, ma perché credo di possederne a casa almeno tre o quattro copie; mi terrorizzava quella copertina, un quadro naif con la bambinaia che giocava a croquet con delle teste mozzate di bambini, ma adoravo il disco, bellissimo, sinfonico, pomposo. Un mio amico di qualche anno più vecchio di me, con una scusa ben calibrata per la mamma, mi trascinò, nell'agosto del 1972, al Teatro Alcione a vedere i Genesis, con questa scaletta: Watcher Of The Skies / Bye Bye Johnny (original version of Can Utility And The Coastliners) / The Fountain Of Salmacis/ Seven Stones / The Musical Box / The Return Of The Giant Hogweed. A quel tempo i concerti erano anche pomeridiani e fu uno spettacolo indimenticabile, anche se i travestimenti ancora non facevano parte delle manie di Gabriel. Indossavano tutti un completo nero e, a parte il cantante, erano tutti impalati come statue sul palco, ma la musica che si diffondeva, quella si che non finiva mai di espandersi. Mia madre, messa sulla giusta carreggiata da un atroce sospetto, giunse trafelata fuori dal teatro a concerto appena finito e riuscì ad acchiapparmi tra la folla; mi assestò “un cinque” sulla guancia così forte che se ci ripenso mi fa male ancora adesso, poi pentita il giorno dopo, andò alla Upim e mi comprò l’lp dei Genesis, quello con la copertina che mi faceva paura.
Fa capolino poi “l’Indiano” di De Andrè un gran bel disco con il robusto ausilio di Massimo Bubola. Il mio preferito di De Andrè è “Storia di un impiegato” e fu proprio quel disco che un pomeriggio del 1978 insieme con alcuni compagni di liceo fu il prescelto per una seduta d’ascolto comune al termine della quale ognuno avrebbe detto la sua. Ricordo ancora la religiosa preparazione della sala messa a disposizione da un nostro amico, con il giradischi e l’amplificatore posti al centro del tavolo, la copertina del disco, originale e con libretto, su un leggio vicino al giradischi e le casse a terra. Tutti ascoltammo in silenzio le due facciate per intero poi, prima timidamente, poi sempre più convinti ognuno diceva la sua; tra vari “nella misura in cui.”, molti “nel senso che... ” e qualche “gettando il cuore oltre l’ostacolo…” qualcuno sosteneva che finalmente la vera innovazione di De Andrè consisteva nella decisa sterzata musicale rispetto ai precedenti lavori, chi invece poneva l’accento sulla marcata evoluzione dei testi, chi considerava il disco troppo anarchico e qualunquista, chi un monumento che fotografava uno spaccato della nostra storia. In ogni caso ci scambiavamo di mano la custodia del disco, la sfogliavamo con enorme interesse, quasi ne annusavamo il profumo come se alla fine sarebbe stata il piatto forte di un banchetto. Il secondo album dei Led Zeppelin che segue subito l’indiano di Faber è semplicemente micidiale: inizia con un riff composto di tre uniche note, ma è il riff che da l’inizio a “Whole lotta love” e che sarà lo spartiacque tra la musica rock e l’hard rock di quello nobile. Nel 1969 ero ancora alle elementari ed era il beat, e non il rock, che si ascoltava in casa soprattutto grazie al babbo, mentre la mamma preferiva i cantautori tra cui un giovane e promettente Giorgio Gaber; qualche anno dopo mi porterà lei stessa a teatro, in un raro impeto d’intraprendenza, a vedere “Dialogo tra un impegnato e un non so” che mi colpì a tal punto da costringermi a far sempre delle file infinite per procurarmi i biglietti per tutti gli spettacoli a venire del geniale autore milanese. Non ebbi mai, invece, l’occasione di vedere i Led Zeppelin dal vivo anche perché, in Italia, vennero una sola volta, se non sbaglio nel ’71, al Vigorelli, e fu un macello tra sprangate e lacrimogeni. Poco male mi sarei rifatto negli anni seguenti. Anche il dirigibile torna nella cassa e, prima che possa accostarmi a “Foxtrot” e alla “suite” capolavoro dei Genesis “Supper’s ready”, la voce di Stefania mi ricorda che è tempo di smettere anche perché “la zuppa è cotta!”
Adesso mi chiedo se il Camallo, che ha dirottato tutte le sue emozioni verso il supporto digitale argenteo, riesca a trovare altrettanti spunti tra una custodia di plastica, un librettino informativo formato lilliput e un cd che gira dentro una macchina senza l’emozione visiva e con una qualità sonora sicuramente irreale. La risposta a questa domanda deve però essere affermativa perché, mentre ancora sto uscendo dal portone con le mie casse ripiene di dischi m’insegue trafelato il Camallo con il lussuoso cofanetto quadruplo dei Chicago che suonano dal vivo al Carniege Hall urlando: ”Ehi Phol, ti sei dimenticato questo!!!” e me lo infila di forza nella borsa blu dell’Ikea.
|
![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() |
|
Un'idea? Un commento? Parliamone insieme nel
forum
By eternauti.it - il giornale
della nostra storia. È vietata la riproduzione non autorizzata degli
articoli contenuti in questa rivista