Persi! Nella vertigine del vinile - 2

di Webmchi

...in risposta a Pholas!

Ho letto, divertito quanto interessato, la "cronaca" della vicenda come l’ha raccontata Mauro (Pholas, per noi, a evocare la sua insana passione per un manifesto del progressive italiano, il "Concerto per le menti" dei Pholas Dactylus, nel lontano 1973, del quale vi auguro non abbiate mai occasione di discuterne con lui), e la trovo corretta.

Come in ogni cronaca, manca però - ma il suo autore non poteva certo inventarselo - il sentire delle persone, ciò che fa accadere le cose e le spiega ben più delle azioni che le permettono.

Ad ognuno di quei dischi, oltre a ciò che hanno rappresentato o rappresentano ancora oggi in senso strettamente musicale e quindi, per l’importanza e la continua presenza della musica nella mia vita, per i tanti piccoli passi nella definizione di almeno un pezzo di quello che sono, potrei associare una storia.

Solo per rimanere sui dischi che Mauro ha citato, è perfettamente inutile che spieghi a chi non c’era la mia attesa per raggiungere la somma sufficiente per acquistare il cofanetto dei Chicago dal vivo, e meno che mai ciò che successe, dopo il successo di Led Zeppelin II, con la copertina provvisoria distribuita con il disco l’anno seguente e, più ancora, per quel manifesto d’idiozia che fu la gestione del loro concerto al Vigorelli, uno dei ricordi più negativi della mia storia di appassionato; a questa persona nulla potrei dire del gioioso stupore per "Nursery Crime" né potrei raccontare le vere e proprie assemblee domestiche per ogni uscita di Fabrizio De Andrè (la scena descritta da Pholas per "Storia di un impiegato" è di assoluto realismo).

In quei pezzi di vinile, aggiungo, stanno nascosti pazienti corteggiamenti, fidanzamenti andati a male, trionfali scoperte e amare delusioni, esami e seminari, notti passati con il secchio, il pennello e la paura, promozioni e retrocessioni, bombolette di vernice e infinite collette, lavori in nero e cedolini, cose urlate e silenzi inespugnabili. E, soprattutto, persone che c’erano, il rimpianto o l’indifferenza per quelle che non ci sono più e l’orgoglio per quelle che ci sono ancora, chè la vita ha la sua brava contabilità esistenziale, da tenere in ordine per bene.

E allora, perché tutto quel bendiddio a Pholas? Non è facilissimo spiegarlo, ma una cosa va premessa subito: è stata la seconda volta, in tutti questi anni, che mi sono posto il problema se farlo o no, e stavolta ho deciso per il sì. C’erano le condizioni per farlo, aggiungo, ché certo quei dischi non rappresentavano un banale problema di spazio e di vecchiume da smaltire.

E allora? Oh, la musica riempie diversi momenti della mia giornata, e devo poterla ascoltare. E la possibilità di sedermi davanti all’impianto, di adoperare il piatto, di scegliere il disco per usargli le attenzioni del collezionista, di mettere le cuffie, di armeggiare con amplificatore e preamplificatore, di esplorare un disco come mi succedeva allora, di apprezzare i testi e le copertine, non l’ho più. Bene che vada, macchina, computer, "cubo" in cucina mentre mi travesto da massaio. E’ lo stile di vita ad essere mutato profondamente, non la passione (che è la stessa), e non posso farci nulla.

Tutte quelle operazioni, che un tempo mi erano naturali come poche altre, non posso più farle, e mi mancano molto: e vedere tutta quella ricchezza (non si è sbagliato Pholas a giudicarla tale) ridotta ad accumulare polvere o a disegnarmi addosso una figura che non sopporto, quella del "reduce", mi dava una gran tristezza. Perché, sia chiaro, con un paziente lavoro fatto dalla metà degli orribili ottanta fino cinque o sei anni fa, quella raccolta l’ho ricostruita in CD per quasi i tre quarti del totale: quei dischi non sono finiti un baule o in una soffitta, sono ancora con me.

Cha fare di quelli? Che ci crediate o no, avrei avuto piacere che ritrovassero con altri l’importanza che avevano avuto per me, e questo era possibile solo con collezionisti. Esattamente quello che mi successe l’altra volta, ma a trattare la cosa, per il mercato del disco usato che si tiene alla fiera di Genova ogni anno, fu una persona commercialmente molto competente quanto lontana da ogni virgola di affetto o di passione per quei dischi, ridotti ad anni d’edizione, stampe o ristampe, percentuali. Per quella persona Aqualung o L’Ultimo Valzer erano codici prodotto, e nella più assoluta quanto giustificata irrazionalità decisi che quel vinile restava dov’era. Con Pholas, la volta scorsa, fu l’opposto, e non serve aggiungere altro.

Quindi, la risposta ipotizzata da lui alla fine del suo racconto non è quella giusta, perché ben diversa era la domanda: non è volere, ma potere, non è ricordare, ma vivere.

E ha dimenticato comunque un episodio ancora precedente alla rincorsa per le scale con il cofanetto dei Chicago: venti minuti prima, quando ormai le casse erano piene, colto da raptus andai a verificare che nell’Album Bianco non ci fosse ancora il manifesto originale dei Beatles che sapevo da tempo di non avere più e che, chissà perché, in quel momento ho sperato di ritrovare. Quello no, se il doppio padellone avesse avuto ancora quel "poster" da casa non sarebbe uscito, poco ma sicuro.



 
 
 
 
 
 

 

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